Pannolini lavabili: istruzioni per l’uso

Pannolini lavabili: istruzioni per l’uso

L’arrivo del bebè ha stravolto (e stravolge) talmente tanto la routine familiare che all’inizio non mi sfiorava minimaente l’idea dei pannolini di stoffa, assorbita com’ero da poppate e notti insonni. Considerando poi che il momento del cambio avveniva regolarmente dopo ogni poppata (in pratica passavo le mie giornate chiusa in bagno con il piccolo) il solo pensiero di dovermi mettere a strofinare i pannolini sporchi e ad azionare lavatrici continuamente mi metteva i brividi.

Dopo 6 mesi di cambi ininterrotti io e il mio compagno ci siamo resi conto che la situazione ci stava sfuggendo di mano: i sacchi dell’indifferenziata venivano riempiti ad un ritmo incredibile e il bidone era sempre parcheggiato fuori casa per essere ritirato dagli operatori ecologici, facendo lievitare paurosamente la bolletta dei rifiuti.

Come se ciò non bastasse a Federico era comparsa una fastidiosa dermatite da pannolino che nemmeno alternando diverse marche di usa e getta eravamo riusciti a risolvere.

Che fare dunque? Per un breve periodo abbiamo cercato di cambiargli più spesso il pannolino cercando di tenere il sederino all’aria per alcuni minuti; così come spalmare generosamente di pasta protettiva la parte arrossata. Il problema però si ripresentava ad ogni pit-stop.

Cercando rimedi su internet (lo so, non andrebbe fatto ma ero disperata) alcuni genitori scrivevano di aver risolto il problema dermatite utilizzando pannolini lavabili in maniera più o meno esclusiva.

“E daje co sti lavabili”.

Ebbene sì, anch’io ho creduto che i lavabili fossero sinonimo di regresso anziché progresso, o tuttalpiù il tentativo di improvvisati ecologisti di far credere che consumare litri di sapone e chili di energia elettrica in lavatrici, in qualche caso anche di asciugatrici, faccia meno male all’ambiente che non usare pannolini di plastica e gettarli nell’indifferenziata quando sono sporchi.

In effetti non è tanto il loro uso quello che più mi spaventava, piuttosto la cura e il lavaggio di questi ultimi che fino a quel momento mi hanno fatta desistere dal provarli. Non da ultimo il prezzo che a seconda del modello oscilla dai 15 ai 30 euro l’uno.

La scelta di usare i pannolini di stoffa è arrivata dopo aver frequentato due incontri informativi, aver ascoltato testimonianze di genitori che li hanno usati, o li stanno usando ancora e averli sperimentati per due settimane per capire se potevano fare al caso nostro. Insomma, prima di optare per la fatidica scelta ci sono volute settimane di riflessione e confronto (soprattutto col papà, rivelatosi più scettico della sottoscritta).

Sto usando PL solamente da due mesi in maniera praticamente esclusiva, ma sicuramente ci sono persone che ne sanno molto più di me in materia. Per ora ce la stiamo cavando entrambi piuttosto bene e Federico non ha avuto “incidenti” di percorso.

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Qui di seguito cercherò di dare una panoramica veloce sul mondo dei PL, naturalmente non essendo un’esperta posso solo riportarvi la mia piccola esperienza.

Quali scegliere?

Devo ammettere che gli incontri informativi sui lavabili mi avevano creato ancora più confusione di quanta non ne avessi prima. Esistono modelli, taglie, tessuti diversi che, abituata al comune pannolino usa e getta, dove lo sforzo più grande era guardare la taglia corrispondente al peso del bimbo e beccare l’offerta al market, ho pensato che fosse troppo complicato per noi (soprattutto per il papà 😉 ). Avendo avuto la possibilità di testarli su Effe, ho scoperto che in realtà sono sostanzialmente 4 le tipologie di pannolino, ognuna con le sue caratteristiche, pregi e difetti.

Pannolino Tutto in Uno (più comunemente detto AIO, all in one )

Si tratta di un pannolino molto simile all’usa e getta, formato da uno strato esterno di tessuto impermeabile cucito assieme a uno interno di cotone, bambù o in microfibra assorbente. In sostanza è un pezzo unico e quando è sporco si mette in una sacca dentro a un bidone in attesa di essere lavato.

Pregi: – è molto pratico perché si indossa come un usa e getta; – se si acquista in taglia unica è economico perché lo si può utilizzare per lunghi periodi fino allo “spannolinamento”; – è uno dei preferiti di papà, nonni e baby-sitter proprio perché è facile da far indossare.

Difetti: – quelli in cotone o bambù ci impiegano un sacco ad asciugare; – essendo l’asciugatura piuttosto lenta se si fa la scelta di acquistare solo AIO dovrete averne una bella scorta per riuscire a tenere il ritmo con i cambi; – non è possibile aumentare l’assorbenza aggiungendo inserti o booster (quest’ultimo si tratta di un’aggiunta assorbente) perché risulterebbe troppo voluminoso e si rischierebbe l’effetto contrario; – non è adatto per la notte, soprattutto per quei bimbi che fanno molta pipì; – la parte esterna impermeabile tende ad usurarsi più in fretta perché finisce ogni volta in lavatrice.

Pannolino Tutto in Due (AI2, all in two)

È una via di mezzo tra il pannolino AIO e il sistema “a due pezzi”. La parte assorbente interna non è cucita a quella esterna come nell’AIO ma è posizionata all’interno o abbottonata. Quando il pannolino è da cambiare è sufficiente rimuovere la parte interna e metterla a lavare mentre la mutandina esterna, se non è sporca, si può riutilizzare con altri inserti.

Pregi: abbastanza pratico da usare (bisogna fare attenzione a posizionare bene gli inserti per evitare perdite); – possibilità di separare la parte esterna da quella interna e quindi riutilizzare la prima con altri cambi; – asciugatura veloce sia per la mutandina esterna che per gli inserti.

Difetti: – se gli inserti non si abbottonano alla mutandina è importante posizionarli bene distesi per evitare perdite; – gli AI2 sono venduti solitamente completi di mutandina e inserto assorbente ma è possibile acquistare solo inserti o solo la parte esterna: in questo caso dovrete “perdere” un po’ di tempo per capire quali inserti abbinare, se è il caso di aggiungere dei boosters per aumentare l’assorbenza e che tipo di tessuti usare.

Personalmente mi trovo molto bene con questa tipologia di lavabile perché è molto versatile e posso modificare l’assorbenza aggiungendo o togliendo boosters.

Pannolino Pocket

Il pannolino a tasca, detto pocket è un pezzo unico come i precedenti, facile da far indossare e togliere. È composto da una parte esterna impermeabile cucita ad uno strato interno, di solito pile, in modo da formare una tasca all’interno della quale si inserisce la parte assorbente. Questo sistema permette di inserire gli inserti in funzione delle proprie esigenze.

Pregi: – è molto pratico perché si indossa come un usa e getta quando è assemblato (a prova di nido, nonni e papà); – non hanno bisogno di mutandina esterna; – asciuga rapidamente in quanto la parte interna si sfila da quella esterna e quest’ultima non appena è asciutta la si può riutilizzare con altri inserti.

Difetti: – il pannolino deve essere assemblato prima dell’uso e, cosa un po’ più schifosa, quando è sporco si deve sfilare la parte assorbente dalla tasca prima di gettare tutto in lavatrice; – se usato con costanza potrebbe non durare per un eventuale altro figlio in quanto la parte esterna si usura più rapidamente perché messa sempre a lavare.

Questo pannolino è il preferito dal mio compagno in quanto è facile da indossare e asciuga rapidamente.

Sistema a Due pezzi

Da non confondere con il pannolino AI2, questo prevede l’uso di un pannolino assorbente e sopra di una mutandina impermeabile. Durante il cambio i pezzi da far indossare sono quindi 2. I pannolini fitted fanno parte di questo sistema e si tratta di un pannolino sagomato come un usa e getta, di tessuti e chiusure diverse. Si fa indossare questo pannolino di tessuto (quelli in cotone e bambù sembrano degli asciugamani) e sopra la cover impermeabile, che può essere in tessuto sintetico, pile o lana.

Fanno parte del sistema a Due pezzi anche i pannolini pieghevoli, ovvero strati di tessuto da piegare e sagomare che si indossano sempre sotto una mutandina impermeabile. Tra questi rientrano i famosi Ciripà (chiedete alle vostre nonne se si ricordano), i muslin, i prefold e i teli. In pratica qualunque rettangolo di stoffa potrebbe potenzialmente diventare un pannolino pieghevole. Basterà solo sagomarlo attorno al bimbo e chiuderlo con un gancetto (una volta c’erano gli spilloni da balia). Questi ultimi possono essere rinforzati aggiungendo boosters o inserti assorbenti.

Pregi: – contrariamente a quello che si crede i pannolini pieghevoli sono il sistema più affidabile in termini di contenimento perché offrono una doppia barriera (soprattutto i fitted); – asciugano molto velocemente e si adattano a tutte le conformazioni fisiche dei bimbi; – garantiscono un’ottima traspirazione e in estate si possono far indossare anche senza cover; – sono molto versatili e possono essere utilizzati come inserti, bavaglini, teli per pulire;  per quanto riguarda il pannolino fitted, questo è l’ideale per la notte perché è molto assorbente.

Difetti: – fitted: è lento ad asciugare e piuttosto voluminoso; è meno pratico da indossare rispetto ad un AIO; –pannolini pieghevoli: richiedono un po’ di pratica per imparare la piega e un po’ più di tempo per farli indossare.

Da parte mia ho scelto di acquistarne solo un paio come scorta quando ho gli altri pannolini momentaneamente fuori uso, ma non ho trovato pratico usare il Ciripà, per quanto fosse esteticamente il mio preferito, proprio perché Federico non riesce a stare fermo durante il cambio e ogni volta sembra di assistere a un torneo di lotta greco-romana. Tuttavia utilizzo il fitted per la notte in quanto molto assorbente anche se voluminoso.

 

Qual è il pannolino migliore tra queste tipologie? Non c’è una risposta che possa andare bene per tutti. Se il pannolino si rivela adatto al bambino e alla sua famiglia allora sarà quello giusto. È importante dunque poter provare modelli e materiali diversi prima di acquistarli.

Cura e lavaggio dei pannolini lavabili

Eccoci all’annosa questione: come comportarsi quando ci ritroviamo col pannolino sporco (e che non possiamo gettare nella pattumiera)? Io faccio così: tolgo il pannolino sporco, separo gli inserti dalla mutandina impermeabile (lo so fa schifo) e se sono entrambi sporchi li getto in un bidone chiuso, munito di sacca impermeabile o retinata (poi finiranno anche loro in lavatrice assieme ai pannolini) in attesa del lavaggio. Se la cover è bagnata la sciacquo a mano direttamente con una goccia di sapone neutro e la metto ad asciugare. Di solito prima di infilare i pannolini nel bidone preferisco sciacquarli sotto l’acqua tiepida e strizzarli. Questa azione è indispensabile nel caso i PL fossero sporchi di feci, per cui è necessario agire sulla macchia il più velocemente possibile per evitare aloni, mentre la pupù finisce nel wc. I pannolini andrebbero lavati tra i 40° e i 60° con centrifuga a 800 giri al massimo per non rovinarli. Io li lavo assieme al resto del bucato quando non ne ho molti e di solito programmo la lavatrice per la notte e al mattino li stendo o li metto in asciugatrice quando è inverno o è brutto tempo. Il timore di dover fare lavatrici ad oltranza e quindi di consumare un botto di energia elettrica non si è verificato, per il momento.

Una raccomandazione dei produttori è l’utilizzo del detersivo: trattandosi di indumenti che vanno a contatto diretto con la pelle del bambino è sconsigliabile utilizzare detersivi che contengono agenti chimici perché possono rilasciare residui nocivi. E basta un quarto della dose raccomandata, non servono sbiancanti né disinfettanti. Se dopo il lavaggio notate che sono rimasti degli aloni, basterà stendere i pannolini al sole, che poi è la soluzione migliore per asciugare i lavabili, e torneranno come nuovi.

Istruzioni per il primo lavaggio: pannolini e inserti devono essere sempre lavati prima di essere utilizzati. È capitato che alcune famiglie si lamentassero del fatto che i pannolini nuovi non assorbissero abbastanza e sono ritornate ad utilizzare gli usa e getta. In realtà per raggiungere una buona assorbenza i PL andrebbero lavati almeno 3 volte prima di essere utilizzati. In pratica più lavaggi = più assorbenza.

Considerazioni personali

Per quanto possa sembrare orrido, e in effetti lo è, maneggiare dei pezzi di stoffa impregnati di escrementi umani, i pannolini lavabili di oggi non sono come quelli che si usavano una volta. Basta un risciacquo veloce con acqua tiepida e seguire le istruzioni che ho indicato sopra. In termini di impegno sicuramente richiedono un maggiore sforzo da parte delle famiglie rispetto agli usa e getta, soprattutto all’inizio. Dal punto di vista ecologico convengono sicuramente rispetto agli usa e getta: l’impatto legato alla gestione dei lavabili risulta trascurabile rispetto al vantaggio dei mancati rifiuti prodotti e del mancato inquinamento legato al ciclo di vita degli usa e getta. Tuttavia per il loro acquisto è necessario preventivare un piccolo budget dato che non sono proprio economici, ma anche qui consiglio di informarvi presso il vostro gestore della raccolta dei rifiuti e presso il comune di residenza per conoscere se sono in attivo, o nel caso provate voi a fare richiesta, incentivi per l’acquisto di PL (nel mio comune per esempio restituiscono metà della spesa effettuata per ogni bambino).

Sicuramente la scelta dei lavabili è stata frutto di una riflessione che ha portato noi come genitori su una strada diversa rispetto a quella convenzionale. Non è stato facile reperire informazioni e siti dove acquistarli in maniera consapevole. La diversità di questa scelta la rende impopolare e ci siamo trovati a dover sostenere critiche e disapprovazioni da parte di altri genitori.

Ci siamo resi conto che questo cambiamento di rotta, ci ha permesso di entrare maggiormente in relazione con il nostro bambino, ci ha costretto a fermarci ad osservare i tempi, i ritmi e le esigenze di Federico e di adattare le nostre di conseguenza, per individuare i pannolini più idonei, per prendersene cura e conservarli al meglio.

Quando Federico sarà “spannolinato” quei pannolini potranno essere usati da altri bambini (o magari dal suo fratellino/sorellina, chi lo sa 😉 ) o tenuti nella scatola dei ricordi.  Per quanto mi riguarda la scelta dei lavabili lo considero un atto di amore e attenzione in primis per mio figlio e di conseguenza per l’ambiente in cui viviamo.

In definitiva oggi noi ci stiamo trovando bene con i lavabili, sebbene questo richieda uno sforzo fisico e mentale diverso rispetto agli usa e getta. L’effetto più immediato nell’utilizzare i lavabili è stato una notevole diminuzione del rifiuto secco e il netto miglioramento della pelle di Effe dopo appena cinque giorni di uso full-time.  Questo per dire che a volte ricercare soluzioni apparentemente più facili può non essere la strada giusta. Avevamo bisogno che gli sforzi (fisici e mentali) messi in campo come genitori valessero la pena di essere fatti. E così è stato.

Per chi fosse interessato e vorrebbe conoscere di più sul coloratissimo mondo dei PL consiglio di informarsi se nella propria città esistono pannolinoteche o associazioni (ad esempio www.nonsolociripa.it) che possono fornire informazioni e riferimenti utili, nonché dare la possibilità di provare i vari modelli di pannolini disponibili. Se siete amanti della lettura (mi rendo conto che fa un po’ sorridere il pensiero di annoverarla tra le letture estive, ma è utile per chiarirsi le idee a riguardo) posso suggerire una guida interessante corredata di testimonianze scritta da Giorgia Cozza, “Pannolini lavabili. Guida all’uso dei pannolini di tessuto dalla nascita al vasino” edito dalla casa editrice Il Leone Verde.   Seppur nella mia modestissima esperienza, sconsiglio di acquistare pannolini in maniera compulsiva cedendo alle super offerte, per non ritrovarsi ad avere pannolini inutilizzati perché mal si adattavano ai bisogni del proprio bambino e non conformi alle esigenze organizzative della famiglia; inoltre acquistarne in più rispetto alle necessità effettive andrebbe a cozzare contro l’idea stessa di ecologia e di risparmio di oggetti che dovrebbero invece servire ad evitare gli sprechi e ad impattare meno sull’ambiente.

 

(foto di Anita Liviero, foto copertina via web)

Lo svezzamento secondo Federico

Lo svezzamento secondo Federico

Charles Darwin teorizzava che la specie destinata a sopravvivere non è quella più forte o intelligente, ma quella che meglio si adatta al cambiamento. Dubito che il noto scienziato britannico abbia mai vissuto la tappa dello SVEZZAMENTO dei propri figli, altrimenti avrebbe riformulato completamente le sue teorie o avrebbe cambiato mestiere.

Questa importante tappa pedagogica, il passaggio dalla tetta alla forchetta, mi sta facendo capire che la mia persona mal si presta al cambiamento in questo senso; oppure è Effe che fa fatica ad adattarsi. Di questo passo ci estingueremo come i dodo.

Eppure ero partita con tutte le migliori intenzioni: mi sono documentata su questa tappa già in gravidanza, ho letto libri sull’auto-svezzamento, ho seguito un corso di svezzamento naturale, ho modificato le mie abitudini alimentari per poter condividere col mio bimbo il momento del pasto, ma soprattutto mi ero promessa di non comprare nessun vasetto di omogeneizzato e di preparare tutte le pappe usando solo ingredienti biologici.

foto by http://hellocreativefamily.com/

foto by www.hellocreativefamily.com

Ti dicono di portare pazienza all’inizio perché alcuni bambini non accettano di buon grado questa “novità”. I cambiamenti sono tanti: gusti nuovi, consistenze diverse, temperature variabili, colori, l’uso di stoviglie, postura eretta.

Ti dicono di cominciare con gradualità perché i pasti non sostituiranno la tetta, almeno all’inizio.

Ti dicono di iniziare con la frutta frullata, la mela solitamente e quindi con la merenda per abituarli al cibo solido.

Al compimento dei 6 mesi, in un pomeriggio assolato di maggio piazzo il seggiolone nella sala da pranzo, tovaglietta colorata sul vassoio, posatine di bio-plastica verdi e bianche, piattino infrangibile con gli animali della savana, pentolino con pezzetti di mela biologica sul fuoco, aspetto che il nano si svegli dal sonnellino. La mela è cotta. La passo col passaverdura (non sia mai che gli possa venire la colite per aver usato il frullatore, vade retro modernità). La consistenza assomiglia a quella di una vellutata. Tutto è pronto. Effe (a.k.a. Federico) sembra di buon umore seduto nel suo piccolo trono in soggiorno. Mi siedo di fronte a lui sfoderando un sorriso che manco Julia Roberts… Cucchiaio pieno di composta di mela, miro alla bocca e… BLEAH! Il nano sgrana gli occhi, storce la bocca e sputa la mela. Il secondo cucchiaino non ha nemmeno fatto in tempo ad avvicinarsi al cavo orale che il marmocchio lo aveva già agguantato e con un rapido movimento del polso lo ha scaraventato in mezzo alla stanza seminando mela ovunque.

Il primo tentativo non era andato bene, ma è normale dopotutto, già lo sapevo avendo letto decine di manuali e ascoltato altrettanti pareri. Da allora è passato un mese e non ho mai mangiato così tante mele in così poco tempo. Effe deve aver preso la somministrazione della mela come un affronto perché ho provato a dargliela frullata, schiacciata, pestata, grattugiata, lessata, tritata, cotta, stracotta, cruda, golden, fuji, pink lady, lady oscar…

Alla fine sono andata al supermercato. Reparto alimenti per neonati. Ho preso un omogeneizzato alla mela.

Ebbene sì, mi sono arresa al vasetto. Biologico però 😉

Ora Fede sembra quasi apprezzare il cibo che gli viene offerto, soprattutto quello proveniente dal mio piatto (e dalle mie tette). La mela ancora fa fatica a mangiarla; non ho contemplato la possibilità che potesse non piacergli il gusto della mela in quanto tale, eppure esistono individui a cui le mele non piacciono, mi ci devo abituare.

Voi invece come avete affrontato la vostra (e la loro soprattutto) prima volta con il cibo solido? Se vi va di raccontarmelo, vi aspetto alla mia pagina Instagram @mancinasonoio_anita

A presto!

Il mondo di Bubble&Co: eco-coccole per tutta la famiglia

Sono sempre piuttosto scrupolosa quando si trattava di acquistare prodotti per la cura del corpo e cosmetici in generale. Da quando sono diventata mamma il mio livello di attenzione per gli ingredienti cosmetici utilizzati è aumentato, tanto da rendere la ricerca del detergente giusto una vera impresa.

Faccio parte di quella schiera di persone per cui “less is more”, ovvero meno cose contiene un prodotto meglio è, soprattutto quando si parla di pelle. Proprio questa filosofia di pensiero ha condotto le mie ricerche verso un’azienda italiana che utilizza in maniera responsabile ingredienti per la detersione di origine naturale provenienti da agricoltura biologica, atossici e biodegradabili per l’ambiente. I prodotti sono pensati per tutta la famiglia, dermatologicamente testati, cruelty free, non contengono alcool né profumi sintetici, non sono presenti PEG, parabeni né siliconi.  Se a tutto questo ci aggiungiamo pure il divertente packaging a forma di casetta con illustrazioni retrò, allora posso finalmente esclamare EUREKA!

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Sto parlando di Bubble&Co, un brand giovane ma con una lunga esperienza nel campo della ricerca scientifica e medica, specializzato nella realizzazione di detergenti e cosmetici biologici ed ecosostenibili.
La linea Bubblefamily si compone di prodotti per tutta la famiglia come bagnodoccia, crema latte, detergente intimo, sapone liquido, igienizzante mani (linea Family), ma anche olio per massaggi e balsamo per coccolare il corpo sotto la doccia (linea Night); all’interno della stessa famiglia si trova anche la linea Baby, con detergenti specifici per bambini 0-36 mesi.

Ho sperimentato il Bagnetto Bimbo e la Crema latte della linea Baby su Federico, e confesso di averli provati pure su di me dopo aver sentito il delicato profumo di talco sulla pelle del mio bimbo. Il flacone del Bagnetto è da 500 ml ed è dotato di un pratico erogatore. Può essere utilizzato anche per detergere il cuoio capelluto dei piccoli, avendo così a disposizione un unico prodotto per la detersione completa.  È sufficiente una piccola quantità di sapone nell’acqua o su una spugna poiché tende a fare parecchia schiuma.
La Crema Latte lascia la pelle morbida e idratata dopo il bagnetto, ha un’azione lenitiva e protettiva e la si può usare anche come dopo sole grazie alla presenza di oryza sativa bran oil estratto dalla pellicola interna del riso, noto per le sue proprietà emollienti e restitutive e dal gel di aloe (aloe barbadensis leaf juice), calmante e disarrossante. Il flacone è da 250 ml, anche questo dotato di erogatore per non sprecarne neanche una goccia.

18699017_10213177992874009_1356362619_oUna delle cose più difficili dopo la nascita del Baby è quella di riuscire a fare una doccia che duri anche solo 5 minuti. Il rituale della crema dopo il bagno è diventato ormai un trattamento di bellezza riservato ai centri estetici. Ma quando ho provato il Balsamindoccia della linea Night di Bubble sono riuscita nell’ardua impresa di farmi una doccia ed idratare la mia pelle in un unico gesto, senza più bisogno di mettere creme. Basta vaporizzare il prodotto sulla pelle bagnata, risciacquare e tamponarla con l’asciugamano. Per me, che sono sempre di corsa, si è rivelato un prezioso alleato. Grazie alla presenza dell’olio di mandorla e di riso nero da agricoltura biologica, la pelle risulta elastica ed idratata già dalla prima applicazione. Il flacone è da 150 ml con vaporizzatore. Può essere utilizzato anche nella prevenzione delle ragadi al seno, delle smagliature in gravidanza e per le piaghe da decubito. Gli ingredienti che caratterizzano il prodotto non contengono sostanze nocive per la pelle (fidatevi, ho verificato personalmente ogni voce sul Biodizionario!).
Un altro prodotto della linea Night che ho apprezzato è il Balsamolio (flacone con vaporizzatore da 150 ml). Le proprietà e gli usi sono molto simili a quelli del Balsamindoccia, tranne per il fatto che si tratta di un olio da usare dopo il bagno o la doccia sulla pelle asciutta. L’ho trovato molto utile come olio da massaggio per il mio piccolo perché assorbe in fretta e non rimangono tracce di unto sulla pelle dopo l’applicazione.

Ogni prodotto Bubble & Co viene confezionato con la propria scatola. La particolarità del brand non sta solo nel contenuto, ma anche nel contenitore: il packaging a forma di casette in stile liberty con immagini dal sapore retrò possono essere utilizzate per creare la propria “Bubble-city”: un ottimo modo per giocare assieme e prolungare la vita alle scatole di cartone.

Se vi ho incuriosito andate a dare un’occhiata sul sito dell’azienda; oltre alla linea Bubblefamily pensata per le persone, l’azienda ha creato anche una linea dedicata alla cura dei nostri amici a 4 zampe (in fondo anche loro fanno parte della famiglia, no?!). Non so voi ma a me è venuta voglia di provare tutti gli altri prodotti Bubble!
A presto con un nuovo bio-articolo 😉

 


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Portare in fascia: effetti indesiderati

Il cosiddetto Attachment Parenting (AP) è un vero e proprio metodo educativo che i genitori mettono in atto con il neonato, fatto di gesti affettuosi come il massaggio, i baci, le carezze e stare a stretto contatto fisico. Questo metodo annovera tra le sue pratiche il portare i bambini in fascia, detto anche babywearing, l’allattamento a richiesta in ogni luogo e condividere il sonno nel lettone, conosciuto come co-sleeping. Tutto questo crea un legame positivo con l’adulto che si prende cura del neonato e al contempo permette al piccolo di crescere sano, sicuro di sé e aperto al mondo che lo circonda.
L’antica pratica di “indossare i bambini” è tornata a diffondersi anche in Italia e non è difficile incontrare mamme o papà a passeggio coi loro piccoli legati addosso. A meno che non si viva in un minuscolo paesino dell’entroterra veneto, come nel mio caso.

Non descriverò gli innumerevoli benefici del portare in fascia, né farò una carrellata dei vari tipi di supporti esistenti in commercio. Per coloro che desiderano avvicinarsi al mondo del babywearing, consiglio di rivolgersi a un consulente certificato che può aiutare nella scelta del supporto più adatto, nonché insegnare alcune legature per portare in sicurezza.
Quello che vorrei invece condividere sono le impressioni/reazioni, a tratti esilaranti, che hanno avuto le persone vedendomi passeggiare con mio figlio avviluppato in cinque metri di stoffa.

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Tratto da una storia vera. La mia.

 Situazione n. 1

Mattinata soleggiata di marzo, ore dieci. Sistemo Federico nella fascia rigida e partiamo in passeggiata. Per strada incontriamo una signora sulla sessantina, occhiali da sole e passo veloce in direzione opposta alla nostra.
Io: Buongiorno!
Signora: Buongiorno!

Giorno seguente. Stessa ora. Stavolta la signora non ha messo gli occhiali da sole.
Io: Buongiorno!
S: Buongiorno…
La signora mi guarda in modo strano. Non riesce a capire come ho fatto ad incastrare un essere umano sotto il giubbotto. Ho la sensazione che si sia fermata a guardarmi. Mi volto e lei, colta in flagrante, accelera il passo nella direzione opposta.

Terzo giorno. Stessa storia, stessa signora.
Io: Buongiorno!
S: Salve!
La signora stavolta si ferma davanti a me, ma non ha il coraggio di dire nulla. Abbozza un sorriso e mi augura buona giornata.

Quarto giorno. Riconosco la signora da lontano. Pure lei mi riconosce. Affretta il passo verso la mia direzione. Mi guardo intorno e non vedo nessun altro. Questa cerca proprio me.
Io: Buongiorno!
S: Sì, buongiorno. Mi scusi, sa è da un po’ di giorni che la osservo camminare – Ma va? Mia figlia ha lasciato a casa mia un passeggino che non usa più perché il bambino ora va all’asilo. Se le fa piacere glielo lascio.
Io: Un passeggino?
S: Sì così le è più comodo spostarsi, senza dover mettere il suo bambino nella sciarpa.
Io: Ah no guardi, lei è gentile ma questa è una fascia, è fatta apposta per portare i bambini. In effetti lo trovo molto più comodo del passeggino perché non devo fare su e giù dai marciapiedi.
S: No, davvero non si deve sentire in imbarazzo, anzi. Se non ci si aiuta tra di noi…
Io: Grazie ma stiamo bene così. Magari il passeggino potrebbe servire a qualche altra mamma.
La signora se ne va, stizzita. Io continuo la mia passeggiata; nel frattempo Federico, noncurante dell’accaduto, si è addormentato con la testa appoggiata sul mio petto.

Situazione n.2

L’itinerario delle nostre passeggiate passa davanti alla scuola elementare del paese. Ora della ricreazione. I bambini stanno giocando a rincorrersi. Uno di loro si ferma attirato dalla strana protuberanza che sporge da sotto il giubbotto.

Bambino: Ciao…
Io: Ciao
B: Che hai lì? –col dito indica la fascia.
Io: Un bambino.
B: UN BAMBINO??? – nel frattempo avevo già attirato l’attenzione di decine di altri suoi coetanei che stavano raggiungendo l’amico aggrappato alla rete metallica.
B: MA L’HAI RUBATO??
Io: Rubato?! No è mio! È mio figlio.
B: E allora se non l’hai rubato perché lo nascondi?
Io: Non lo nascondo. Lo tengo vicino a me, legato.
B: E non sta male legato?
Io: No, adesso sta dormendo per esempio.
Interviene un altro bambino coi capelli neri: Beato lui. – Avrei voluto abbracciarlo.
Ricreazione finita. Mi salutano e corrono in classe. Avranno qualcosa in più da raccontare a casa oggi.

Situazione n. 3

Solita passeggiata mattutina per il paesello. Fine marzo. Per strada incontriamo una signora, amica di famiglia del mio compagno.

Signora L: Ciao! Mamma mia che bella sei! Ormai manca poco eh… Sono andata a fare visita ai tuoi suoceri la settimana scorsa, ma non mi hanno detto nulla di te. Come stai?
Io: Ciao, stiamo tutti bene, grazie. – Manca poco a cosa…boh.
S. L.: Quando hai il termine?
Io: Che termine?! –Risata. Ho partorito ancora a Novembre. Ormai Federico ha 5 mesi. – Accarezzo la fascia dentro la quale stava sonnecchiando il piccolo.
La signora sembra sconvolta dalla notizia.
S.L.: Mamma mia scusa! Da lontano credevo fossi ancora incinta…ma quindi il bambino è…là dentro…?
Io: Sì, sì adesso sta dormendo. Di solito quando esco con lui in f… –Frase interrotta. La signora inizia ad urlare verso un tizio (che scopro essere il marito) dall’altra parte della strada.
S.L.: OOOOOH! VIEN QUA R.! VIENI A VEDERE IL NIPOTINO DI G.! GUARDA DOVE L’HA MESSO SUA MAMMA!

Il signor R. attraversa frettolosamente la strada, mi saluta, cerca inutilmente di scorgere il piccolo coperto dalla fascia.
Signor R.: Ciò ma qua non se vede niente. Tutto chiuso così. Ma respira?? – Abbozzo un sorriso. Sarei così sadica da privare volutamente mio figlio dell’aria?
S.L.: Ma secondo me non tanto sai… poi non mi sembra una posizione comoda per un neonato. Quante ne inventano al giorno d’oggi! – il tono di voce della signora si fa sempre più alto, eppure sto a meno di un metro da lei.
S.L.: MA COSÍ NESSUNO PUÓ VEDERLO, POVERINO!

Federico disturbato dalle urla della signora L. si mette a piangere.

S.L.: Ecco vedi mi sa che non gli piace mica stare là dentro sai? Senti come piange, povera stellina.
Io: Meglio continuare la passeggiata così si calma.

La signora non è d’accordo con me (naturalmente). Vorrebbe prendere il piccolo in braccio, ma ce l’ho legato addosso, quindi non può (questo è un altro vantaggio del portare i piccoli in fascia, nessuno te li può strappare dalle braccia). Lascio i due coniugi polemizzare sul mio metodo di cura, a loro avviso poco ortodosso.

Potrei andare avanti a scrivere di queste e altre situazioni simili che mi sono capitate con la fascia.
Ormai in paese mi conoscono tutti; alcune signore mi hanno soprannominato simpaticamente “mamma-koala”. A me sta bene. L’importante è che non interrompano più le nostre “fasceggiate” coi loro consigli.

Io e Federico accettiamo solo complimenti!

 


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Pulizie di primavera. Naturalmente!

È arrivata la primavera. La monotonia dei grigi giorni invernali sta lasciando spazio a giornate soleggiate e dal clima più mite. La natura si risveglia dal lungo sonno con rinnovati colori e odori. L’aria effervescente, il verdeggiare delle campagne, la fauna che si ridesta, ci invitano ad uscire dai nostri bozzoli di flanella per godere appieno delle meraviglie di questa stagione.

Sarà la fioritura dei ciliegi, saranno le belle giornate, sarà il cinguettio degli uccellini sul davanzale della finestra… sta di fatto che sentiamo il desiderio di rinnovarci e di fare altrettanto con tutto ciò che ci circonda, a partire dalla nostra casa. Personalmente pulire casa accompagnata dal canto dei passeri in amore mi riporta alla mente alcune tra le scene più macabre del celebre film di Hitchcock, “Uccelli”. Tuttavia dedicarsi alle cosiddette pulizie di fondo almeno un paio di volte l’anno, risulta quantomeno necessario se non vogliamo ritrovarci con inquilini abusivi nella doccia o annidati tra le frange dei tappeti. Senza contare poi la soddisfazione di vedere le nostre fatiche ripagate, almeno fino a quando non rincasano partner e prole.

Puntualmente ad ogni cambio di stagione mir ritrovo decine di prodotti per la pulizia della casa che occupano inutilmente gli scaffali del ripostiglio. Addirittura diversi detersivi per pulire la stessa cosa. Ho iniziato le mie pulizie di primavera proprio da qui: mi sono liberata di tutti quei prodotti non necessari per la pulizia di ambienti e dell’igiene personale.

A ben pensarci quali e quanti sono i prodotti per pulire casa? Io ne ho individuati alcuni tra quelli che uso più frequentemente:

  • Detersivo per il bucato;
  • Detersivo per i piatti a mano;
  • Detersivo multiuso per igienizzare le superfici (adatto per chi come me ha figlio e gatta che condividono gli stessi spazi abitativi);
  • Detersivo per lavastoviglie;
  • Sgrassatore universale;
  • Detersivo per pavimenti;
  • Detergente per vetri e specchi.

Per tutti questi prodotti cerco di scegliere quelli che impattano meno sull’ambiente e che siano fatti con materie prime biologiche di origine vegetale. In alternativa si possono utilizzare i vecchi rimedi della nonna per pulire e sanificare l’ambiente, evitando di comprare i suddetti detergenti. Sul web si possono trovare un sacco di utilizzi e consigli per ridare nuova luce alla casa in maniera naturale e senza spendere un patrimonio. Possono bastare bicarbonato di sodio, sale da cucina, aceto, limoni, e se non volete rinunciare ad avere piastrelle e sanitari profumati, procuratevi degli olii essenziali da aggiungere alle miscele.

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Se però l’idea di mettersi ad autoprodurre detersivi non attizza (in effetti non sempre è possibile improvvisarsi piccoli chimici tra le mura domestiche), ma volete comunque approcciarvi alle pulizie green style, si può passare ad acquistare detersivo sfuso presente ormai in molti supermercati (verificate che sia fatto con sostanze vegetali). Uno dei vantaggi è soprattutto dal punto di vista ecologico, oltre che economico: riutilizzando lo stesso imballo per almeno quattro volte si inizia già a recare benefici per l’ambiente inquinando meno. Un altro sistema è quello di utilizzare detergenti ricaricabili. Si comprano le cartucce al market e si diluiscono nei flaconi riempiti d’acqua. Oltre a poter riutilizzare i flaconi più e più volte si evita di trasportare pesi inutili quando si va a fare la spesa (la schiena vi ringrazierà).

I detersivi ecologici in commercio dovranno riportare sull’etichetta una serie di certificazioni (Icea, Ecocert ecc.). Se poi la ditta che li commercializza ha scelto anche un packaging sostenibile come la bioplastica, quest’ultimo è riportato sul flacone, non essendoci ancora un logo per identificarlo. Se siete dubbiosi sull’origine di alcune sostanze presenti tra gli ingredienti dei prodotti, provate a ricercarle su Internet per verificare se sono potenzialmente dannose per la salute e per l’ambiente (io di solito controllo sul biodizionario).

Per coloro che invece hanno deciso di gettarsi il passato alle spalle in tutti i sensi, la nuova tendenza si chiama space clearing. Questa tecnica letteralmente “purificazione degli spazi” consiste in una serie di azioni come spostare mobili o gettare via cose inutili legate a ricordi spiacevoli, che hanno ricadute benefiche sull’umore oltre che sull’ambiente domestico. Se vi sentite oppressi in casa vostra, se il solo pensiero di ritornarvici la sera vi deprime, se i vostri armadi sono la testimonianza di vent’anni di shopping compulsivo e nonostante ciò non avete ancora nulla da mettervi, è forse il momento di fare un po’ di space clearing. Gettare via tutto quello che non ci serve più, combinato alla pulizia e purificazione degli ambienti (a proposito lo sapevate che l’utilizzo di detersivi di origine industriale rendono l’aria di casa meno sana?) e alla riorganizzazione degli spazi, dovrebbe farci sentire più leggeri a livello mentale e ambientale, ingombrando meno i nostri (e quelli altrui) spazi di vita.
Chissà se questa cosa funziona anche con le persone… 😉

 


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A Lui, il padre di mio figlio

In occasione della Festa del Papà, scrivo due righe per parlare di Lui, il mio compagno nonché padre di nostro Figlio.

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Lui, che fino a tre anni fa non era in grado di farsi un piatto di pasta scondito;
Lui, che piuttosto di tenere un gatto dentro casa avrebbe imparato a memoria la Divina Commedia;
Lui che non riuscirà mai a fare amicizia con la lavatrice (e viceversa);

Lui che fino a un anno fa credeva che i vestiti si auto stirassero e si sistemassero da soli nell’armadio;
Lui  che legge il listino delle pizze per mezz’ora facendo finta di essere indeciso quando sono più di trent’anni che prende sempre la solita prosciutto e funghi;
Lui e i suoi “10 minuti e arrivo”. Nel frattempo “Chi l’ha visto?” ha già fatto un servizio sulla sua scomparsa;

Lui che “No, la De Filippi no, perlamordiddio cambia canale” e poi è davanti al televisore che urla “APRI STA BUSTAAA”;
Lui che ancora non gli è chiaro il significato letterale della parola ADESSO;
Lui che le faccende domestiche le fa sempre DOPO (periodo di tempo non ben definito ai più);
Lui che toglietegli tutto ma non la birra ghiacciata dalle mani;
Lui che non vedeva l’ora che arrivasse il weekend per guardarsi le partite al bar con gli amici (e naturalmente la sua birra ghiacciata tra le mani).

Lui che quando ha saputo di aspettare un bambino aveva la gioia nel cuore e il terrore negli occhi;
Lui che chiamava ogni due ore per sapere se il bambino si muoveva;
Lui che poteva mangiare tutto quello che voleva e lo faceva davanti a me, senza vergogna;
Lui che fissava il monitor dell’ecografo come se stesse guardando una partita di Champions League;

Lui che non voleva parlare alla pancia perché si sentiva ridicolo “…e poi mica mi risponde se gli parlo…”;
Lui che un semplice prelievo del sangue lo fa sembrare un tentativo di amputazione dell’arto.
Lui che non avrebbe assistito al parto manco morto;

Lui che non si sarebbe azzardato a tagliare il cordone ombelicale neanche se gli avessero puntato una pistola alla tempia;
Lui che i pannolini non li avrebbe cambiati neanche ad una bambola, figuriamoci ad un bambino vero;
Lui che il vomito degli altri lo fa vomitare;

Lui che il mattino seguente ti dice “Beh è andata bene, ha dormito tutta la notte, no?”;
Lui che mi porta a casa un vassoio di frittelle a fine giornata;
Lui che ogni sera mi chiede “Com’è andata oggi?”;
Lui che insegna ad un bimbetto di 3 mesi come radersi;

Lui che pulisce la lettiera di Filippa, la mia gatta e cambia il pannolino a Federico, nostro figlio;
Lui che ha imparato a stirare meglio di mia madre;
Lui che non vede l’ora che arrivi la sera e il weekend per stare tutti assieme, a casa.

A Lui, che ce la mette tutta per essere presente, che si prende cura del nostro bambino, che si assume responsabilità domestiche, condividendo l’esperienza più dura e gratificante della nostra vita, dedico questo articolo.
A Te che forse non sarai il padre migliore del mondo, ma sei il papà di cui nostro figlio ha bisogno.

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Mancini si nasce, ecologisti… si diventa!

Avevo già iniziato a fare voli pindarici su come sarebbe stata la mia gravidanza ancora prima del concepimento: pelle radiosa e riposata, fisico snello e atletico nonostante la pancia. Quest’ultima poi la immaginavo rotondeggiante, senza quella antiestetica riga scura in mezzo (la cosiddetta “linea nigra”, segno che i tuoi ormoni stanno facendo quello che vogliono del tuo corpo).

Ma, soprattutto, immaginavo di poter continuare a fare la vita che facevo prima senza particolari rinunce. Povera illusa.

Una delle regole da tenere a mente quando rimani incinta è quella di non farti aspettative su come sarà la tua gravidanza. Perché potresti rimanere delusa dalla realtà, l’ho imparato a mie spese.
Il primo trimestre l’ho passato a familiarizzare con Water. In pratica avevo trasferito la mia residenza in bagno. Nausee e stanchezza cronica mi impedivano di svolgere anche le più banali attività quotidiane come studiare o stendere il bucato: il più delle volte il mio compagno mi trovava sepolta sotto i libri a russare come un tasso.

Continuavo a ripetermi “Non può continuare per sempre. Guarda il lato positivo, non sei ingrassata di un etto”. Ennesima illusione.

20170306_141302Premetto di essere diventata vegetariana da un anno e mezzo circa, tra lo sdegno e le critiche di molti, in primis del mio compagno (quest’ultimo una volta mi ha dato dell’ingrata per aver osato rifiutare un panino col salame).  Nonostante la mia decisione di voler mantenere lo stesso regime alimentare anche in gravidanza (e non è stata una passeggiata, considerando che si era messo contro di me pure il ginecologo) sono riuscita a mettere sù la bellezza di 18 chili, tutti concentrati nell’ultimo trimestre. In pratica ero un cetaceo con le gambe.

Verso il settimo mese iniziarono i corsi pre-parto in consultorio. Eravamo ventidue mamme in attesa, accomunate dalla medesima ansia da parto. Il messaggio era emerso chiaramente durante la spiegazione dell’ostetrica: travaglio infinito, atroci sofferenze, lacerazioni dalla zona perineale fino all’ombelico, sangue e liquido amniotico ovunque, mariti terrorizzati.  “Ma tranquille, alla fine partorirete tutte”, aveva concluso sorridendo.

Per la cronaca l’ostetrica in questione non aveva figli.

Mi sentivo spaesata e spaventata: la gravidanza dovrebbe essere uno dei periodi più sereni per una donna, ma io ero attanagliata dall’ansia e dalla paura di non farcela.

Poi, ecco che un’amica mi invita ad un incontro sul portare in fascia. Incuriosita ci vado, stavolta senza alcuna aspettativa a riguardo. Mi si apre un mondo fino a quel momento sconosciuto, fatto di rimedi naturali ed omeopatici per prepararsi al travaglio, di pannolini lavabili, di fasce porta bimbi. Ma soprattutto, emerge un approccio meno medicalizzato della gravidanza, orientato all’accoglienza ed all’ascolto della donna, cercando di valorizzarne le risorse per affrontare al meglio il parto e il puerperio. Sentivo di aver trovato la mia dimensione e volevo condividere questa scoperta con altre donne che condividevano la mia stessa condizione gravidica. L’idea di farlo attraverso un blog avrebbe dato la possibilità a molte più persone di accedere a queste tematiche, potendole arricchire con consigli e testimonianze di vita vissuta all’insegna della sostenibilità.

In questa rubrica vorrei raccontare le vicissitudini di una famiglia normale che ha fatto alcune scelte “mancine”, ovvero ecologiche, nel tentativo di rendere la quotidianità un po’ più green. Ma parlerò anche di genitorialità responsabile, di cosa significhi crescere un bambino nel rispetto dell’ambiente e delle persone.
Io, o meglio, noi come famiglia ci stiamo provando e vi assicuro che non è un’ impresa facile.

Capitano certe serate in cui lasceresti volentieri la pentola di zuppa di farro biologica bruciare sul fuoco per correre nel primo fast-food aperto a strafogarti di patatine fritte nell’olio per motori. Oppure utilizzare la fascia porta bebè per calarti dalla finestra della camera, lasciando tuo figlio da solo a piangere nel cuore della notte.
Anyway, se vi va di seguirmi in questa avventura “mancina”, non perdetevi i prossimi articoli.

 


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